La Germania aumenta la pressione sull’Unione europea per tassare gli extraprofitti delle società energetiche ed alleviare così il caro carburanti. Il ministro delle Finanze tedesco, Lars Klingbeil (SPD) ha portato la questione al tavolo al Consiglio informale delle Finanze a Dublino. Nelle scorse settimane, il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, aveva sottolineato l’intenzione di trovare una modalità di intervento. “Per molte persone che hanno bisogno dell’auto tutti i giorni, si è raggiunto un limite”, ha affermato. “Pertanto, siamo in stretto contatto con il governo federale e i Länder su questo tema. E credo che dobbiamo intervenire”.

Lunedì, il vice-portavoce del governo tedesco, Steffen Meyer, ha affermato in conferenza che Klingbeil sarebbe stato pronto “a sostenere con forza l’introduzione di una tassa europea sugli extraprofitti in occasione della riunione informale del Consiglio ECOFIN”.

Parlando ai giornalisti, Meyer ha ricordato l’impegno in tal senso del ministro delle Finanze, ricordando come vi sia consenso all’interno della coalizione tra CDU ed SPD per trovare una soluzione europea.

Insieme ai suoi colleghi di Austria, Italia, Portogallo, Polonia e Spagna, Lars Klingbeil aveva già scritto una lettera al ministro delle Finanze irlandese in agosto per garantire che la questione fosse inserita nell’agenda di Dublino. La lettera specificava la necessità di un approccio comune che garantisse che coloro che traggono profitto dalla crisi contribuissero con la loro parte ad alleggerire il peso sulla popolazione in generale.

“Grandi Stati membri come Spagna e Polonia ci sostengono. Una tale tassa sugli extraprofitti sarebbe uno strumento per utilizzare gli eccessivi profitti che le compagnie petrolifere stanno realizzando sfruttando i consumatori e gonfiando i prezzi, al fine di fornire un sostegno mirato a coloro che sono particolarmente colpiti da questi prezzi elevati del carburante”, ha affermato il portavoce del governo tedesco.

Sebbene gli Stati membri possano introdurre individualmente una tassa sugli extraprofitti e non necessitino necessariamente di una soluzione comune, molti vedono dei vantaggi in un approccio europeo grazie al mercato unico. Inoltre, una tassa sugli extraprofitti è già stata introdotta nel 2022, essenzialmente come risposta di emergenza agli elevati prezzi dell’energia derivanti dalla guerra in Ucraina.

In merito il commissario europeo all’Economia, Valdis Dombrovskis, ha ribadito la posizione dell’UE parlando a giornalisti al termine dell’Eurogruppo a Dublino. “Per quanto riguarda il dibattito su una tassa sugli extra-profitti, diversi Stati membri hanno avanzato questa iniziativa, che rientra quindi nelle nostre discussioni”, ha affermato, sottolineando nuovamente “che gli Stati membri possono già applicare tasse sugli extra-profitti, se lo decidono”. La decisione, nelle parole del commissario, “spetta quindi alle autorità nazionali e, da parte della Commissione, siamo pronti a sostenere questi Stati membri anche attraverso la condivisione di buone pratiche e la ricerca di un percorso adeguato per andare avanti”.

La proposta avanzata dal ministro delle Finanze tedesco Lars Klingbeil e sostenuta da altri Paesi UE di introdurre a livello europeo una tassa sugli extraprofitti delle compagnie petrolifere incontra però diverse riserve tra gli economisti, soprattutto per la difficoltà di individuare la base imponibile e per i possibili effetti sugli investimenti.

Una delle critiche più direttamente legate alla proposta discussa all’Ecofin di Dublino è arrivata da Georg Zachmann, economista ed esperto di energia del think tank Bruegel. Intervistato dalla Tagesschau, Zachmann ha sottolineato come “una gran parte dei profitti venga realizzata al di fuori della Germania”, rendendo molto difficile per il fisco tedesco, e più in generale per un meccanismo europeo, colpire effettivamente quegli utili. Anche nel caso di extraprofitti prodotti all’interno dell’UE, secondo l’economista, le multinazionali potrebbero avere margini per trasferirli o renderne più difficile l’individuazione. Trovare una soluzione che sia anche “giuridicamente solida”, ha osservato, sarebbe quindi particolarmente complesso.

Critiche più strutturali erano state formulate da Cristina Enache, economista della Tax Foundation Europe, in uno studio dedicato proprio alle “windfall taxes sul settore petrolifero e del gas”. Secondo Enache, queste imposte possono garantire entrate nel breve periodo, ma rischiano allo stesso tempo di aumentare l’incertezza fiscale e di ridurre gli incentivi agli investimenti. Nella sua analisi, l’economista aveva richiamato inoltre l’esperienza europea del 2022-2023 per sostenere che il gettito prodotto da queste misure è stato relativamente limitato rispetto alla dimensione complessiva degli interventi pubblici adottati per affrontare la crisi energetica.

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